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(Testo tratto dal catalogo della mostra
alla Galleria Spaziotemporaneo, novembre 2006)
Carmelo
Cappello, verso la libertà ritmica (1956-1961)
di Claudio Cerritelli
L’idea di questa mostra è quella di concentrare l’attenzione
su un segmento del percorso di Carmelo Cappello che possiamo collocare
tra il 1956 e il 1961, una fase creativa che porta lo scultore siciliano
a trasformare il valore della figura- contemplata e sognata negli
anni giovanili - in volume sospeso nei ritmi del vuoto.
Se ne accorgono subito i critici che registrano i nuovi orientamenti
dell’artista, “la svolta decisiva –scrive Herta
Wescher nel 1958- avvenne quando egli vide la possibilità di
liberare la sua scultura dalla chiusa staticità, per farvi
entrare lo spazio. Da questo momento, si apri’ la via verso
esperienze sempre più tese a nuove soluzioni”.
La resa plastica della figura si modifica lentamente, acquista una
diversa rilevanza accorpando intorno al proprio nucleo quante più
tensioni spaziali possibili, non più circoscritte alle dinamiche
del corpo ma spinte a commisurarsi alle energie del vuoto.
Una progressiva e lenta mutazione è già presente nel
periodo che va dalla fine degli anni Trenta ai primi anni Cinquanta,
il modo di intendere la scultura si pone prima come racconto legato
ai sentimenti della vita, in seguito come invenzione di ritmi calibrati
nell’evolversi della visione terrestre verso i magnetismi del
cielo.
Si tratta di un processo di trasformazione verificabile in una serie
di opere che va da “Il freddoloso” (1938) a “Contemplazione”
(1948), dal “Figliol prodigo” (1948) al “Cavallo
con l’acrobata” (1953) fino a “L’uomo nello
spazio “ (1954) o ad “Icaro” (1956) in cui la figura
si libera del peso oscillando come elemento dell’aria, corpo
generatore di linee che si avvolgono fluttuando.
La critica ha sempre riconosciuto che, dopo il primo tirocinio delle
tecniche negli anni Trenta e gli insegnamenti di Marino Marini all’Istituto
d’arte di Monza, sono le indicazioni di Henry Moore, di Arturo
Martini, e anche di Lucio Fontana, a farlo riflettere sull’evento
plastico come tensione della figura nello spazio. Di Moore ( di cui
vede l’ampia personale alla Biennale di Venezia del 1948) coglie
la necessità che il pieno e il vuoto facciano parte dello stesso
processo di strutturazione, come tensione elastica che si alterna
nei movimenti avvolgenti della forma.
Attraverso le scelte radicali di Martini si pongono problemi fondamentali
per il rinnovamento della scultura italiana, lo spazio interno deve
misurarsi con l’esterno, in una relazione tra materia e non
materia che rappresenta uno dei temi più aperti e complessi
del fare scultura nel ‘900.
D’altro lato, Fontana considera l’energia immateriale
del vuoto come tramite per superare i perimetri tangibili della materia,
sconfinando verso lo spazio cosmico, idea spaziale dell’arte
aperta ai misteri dell’invisibile.
Se questi sono alcuni fondamenti per una nuova dimensione della scultura
è altrettanto certo il fatto che, negli anni Sessanta e nei
decenni successivi, sarà il riferimento all’opera di
Pevsner e a Gabo a suggerire modulazioni e spinte dinamiche della
forma.
In un’intervista del 1990 Cappello ricorda di aver visto l’opera
di questi artisti nei primi anni Sessanta a New York, riconosce la
loro assoluta importanza per le nuove soluzioni ritmiche della sua
scultura. Per quanto riguarda invece l’idea di “scultura
in movimento” Franco Russoli (1967) indica le oscillazioni spaziali
di Calder e gli equilibri matematici di Bill, pur senza coltivare
ragioni che legano l’arte alla scienza.
Infatti, per Cappello il rigore costruttivo è soprattutto fonte
di poesia, “un’esperienza poetica nel vero senso della
parola”, lo sottolinea Frank Popper (1957) che allude anche
al “senso della bellezza, sia esso sentito intuitivamente sia
esso razionalizzato”.
Dunque, in questo itinerario che va dalla figura al ritmo astratto,
dalla verità sentimentale del reale all’individuazione
strutturale della forma, non bisogna perdere di vista la fase preziosa
che questa mostra documenta come momento di maturazione e di apertura
verso nuove ipotesi.
La qualità di queste ricerche trova un degno riconoscimento
nella sala personale di Cappello della Biennale di Venezia nel 1958
- dove furono esposte alcune sculture presenti in questa mostra–
cui seguirono, l’anno successivo, la presenza a Documenta2 a
Kassel e importanti mostre in Italia e all’estero. Siamo di
fronte ad un passaggio ricco di intuizioni plastiche, un libero articolarsi
delle forme attraverso movimenti avvolgenti, palpiti d’ombra
e vibrazioni di luce, slanci verso una visione lirica e solare. Attraverso
queste opere si comprendono le ragioni che portano verso il linguaggio
più conosciuto di Cappello, quello dei ritmi circolari, delle
scie concentriche, delle spirali in progressione, delle curve sovrapposte,
delle verticalità e delle torsioni, temi dove lo stile si afferma
non solo nella variazione dei vuoti e dei pieni ma nella limpida visione
di mondi sconosciuti.
La convinzione è che, al di là dello spostamento al
1960 che Umbro Apollonio (1980) suggerisce come vera svolta nell’arte
di Cappello, senza la sintesi spaziale di queste opere non sarebbe
stato possibile pervenire a quella purezza di volumi e di ritmi oscillanti
nella luce.
Già nel 1954 la scultura si assottiglia nel puro trasalire
delle curve verso la vertigine del cielo infinito, figura e spazio
sono concepiti come tramiti di una sensazione cosmica totale, l’artista
conferisce eguale peso a queste polarità che in quegli stessi
anni impegnano altri scultori con soluzioni differenti.
Mirko è dominato dall’idea di figura come totem primordiale,
Viani la sublima in un modulo fluente e levigato, Negri ne esplora
l’essenza misteriosa e icastica, Leoncillo la immerge nelle
fratture interiori della materia, Somaini ne fa nucleo possente di
energia in divenire, Cherchi ne esalta il dramma esistenziale. Per
altri versi, Mastroianni esplora il dinamismo della forma in espansione,
Fabbri vede l’uomo divorato dall’ansia del tragico, Guerrini
adotta una volumetria astratta e primaria, Milani fa affiorare segni
e frammenti di evocazione figurale, Garelli lavora sulla memoria del
corpo dilaniato e informe.
Si tratta di alcuni esempi dentro un contesto di ipotesi espressive
che la scultura italiana va seguendo in modo problematico per legare
la figura non solo allo spazio in cui si trova ma al piano dell’immaginario,
ad “un gioco che, quando riesce, è poesia”, direbbe
Melotti sfidando il peso della realtà con la leggerezza della
fantasia.
A modo suo, viaggiando sui fili segreti della visione interiore, Cappello
inizia a sognare le latitudini astratte dell’illimitato, e non
può farlo che sfidando le energie della figura che danza nello
spazio, si muove dall’osservazione del paesaggio naturale al
vuoto stratosferico, gioca sulle interferenze e sui nodi della rappresentazione.
Siano voli di uccelli, guizzi di pesci o movimenti d’acrobati,
ciò che conta è il sentimento della forma che trasale,
sconfina, entra in una luce irreale con la forza della propria realtà.
In un’opera che precede di poco quelle presenti in mostra, “L’uomo
nello spazio” (1954), risulta evidente l’imminente sbocco
verso le sensazioni aeree della figura nel vuoto, sensazioni concrete
e fortemente ancorate a quella passione per la materia che per Cappello
è il modo stesso di far scultura. Scultura intuitiva e sognante,
legata alle tensioni della pura sensibilità plastica, all’invenzione
di immagini che prima di essere progettate sono vissute come memoria
evocativa, eco trasognata della realtà.
E ancor di più, come prolungamento fisico nella luce del vuoto,
captata nel diramarsi delle linee che avvolgono con traiettorie circolari
lo spazio intorno alla figura, il vuoto come emanazione del corpo.
“I corpi si contraggono ma gli arti restano sospinti nel vuoto
senza alcuna interruzione nella struttura che li sostiene –
è ancora la Wescher a fissare il carattere di queste figure
– Cancellato ogni tratto del volto e della mimica, la figura
umana diviene un semplice elemento formale. La forza espressiva si
concentra nell’atteggiamento e nei gesti”.
E’ quanto emerge nell’icona fluttuante di Icaro (1956),
essa allude alle possibilità della scultura di farsi immagine
del volo, forma ritmica di uno spazio che non è astratto o
figurativo ma genesi di energie che catturano la luce, fanno parte
della luce, scorrono tra le intermittenze della luce.
“ Si tratta di un’arte di creatività lirica, stimolata
dalla memoria, dall’analogia e dal valore allusivo”- ha
scritto Guido Ballo nel 1957 a proposito di un’opera come “La
tempesta” (1956), una scultura di bronzo con cui si apre idealmente
il percorso di questa mostra.
Cappello ha ricordato l’occasione in cui era nata, una brutta
giornata di mare, l’ansia per i marinai che non riuscivano a
rientrare. “Fu una grande emozione e un po’ come ricordo
di quel momento dopo due anni è nata l’opera”.
Se la memoria è fonte d’invenzione, lo scultore la traduce
in un evento plastico irripetibile, questo è il movente immaginativo
che anima l’opera come intrigo di impulsi contrastanti che si
incrociano nel cielo.
Della tempesta viene restituito il senso della minaccia, il volo spaurito
degli uccelli diventa struttura portante dell’immagine, le traiettorie
lineari si sovrappongono, le punte si acuiscono in ogni direzione.
I becchi sono artigli che trattengono le vibrazioni del vuoto dentro
le giunture che imprigionano ogni movimento, le forme non levigate
rendono con efficacia questo conflitto di linee. La materia è
vissuta quasi senza progetto, è sorretta da spinte mutevoli
che attraversano lo spazio fissando andamenti non ripetibili, slanci
da cui non si torna indietro, attimi di un divenire a cui dà
intensità anche il ruvido metallo che urta l’aria come
per attrito.
L’asprezza di questa immagine si attenua nella “Danza
marina”, un bronzo dello stesso anno, dal ritmo più equilibrato,
in bilico tra misure astratte e movenze di tipo antropomorfo, punto
di raccordo tra esili linee e flessuose modulazioni di una materia
meno accidentata.
Il mutevole fluire dell’acqua suggerisce nuove soluzioni, cosi’
avviene in “Ibis”, un bronzo del 1958 dedicato all’uccello
acquatico sacro ad Iside, figura simbolica in cui Cappello converte
le verità provvisorie della scultura.
Nell’alfabeto della natura l’artista cerca rispondenze
ambivalenti, curve ed angoli acuti, forme arcuate e rigidi prolungamenti,
morbidi avvolgimenti e vettori lineari che si insinuano come aculei
nel vuoto.
L’evocazione del mondo animale e vegetale è parallelo
all’interesse per la figura umana, anzi sono possibili nuove
fantastiche commistioni, l’uomo-uccello, l’uomo-ragno,
l’uomo-albero, congiunzioni mosse dal desiderio di captare le
metamorfosi che l’identità umana contiene al di là
delle apparenze.
Della natura nella sua totalità lo scultore registra i fremiti,
i respiri interni, le pulsazioni fisiche, come nella famosa “Imbeccata”
(1958), una struttura agile e possente trasfigura il volo degli uccelli
in slanci vitali. Forme dinamiche si protendono nel vuoto, lo accerchiano
con quei becchi spalancati che si nutrono d’aria, mentre in
un punto retrostante sta una fragile griglia filiforme, precarietà
di uno spazio che va disgregandosi.
I criteri compositivi diventano sempre più essenziali, in diverse
opere del 1958 le linee portanti danzano in una dimensione irreale,
si articolano come frammenti di una vegetazione fantastica, piccoli
segmenti stanno in bilico su bacchette trasversali oppure si ripetono
con effetti dinamici irregolari, anche attraverso segni incisi e piccoli
fori sulla superficie.
Talvolta la sensazione è quella di scalare il cielo, seguendo
tragitti che s’inerpicano nelle stratosfere, in altri casi affiorano
rilievi e spessori che suscitano l’impressione di uno spazio
non finito, in effetti ciò è dovuto all’esigenza
di astrazione che supera motivi figurali più precisi.
Ne “L’uomo nella luna” (1958) si prosegue il discorso
de “L’uomo nello spazio” (1954) o de “L’acrobata”
(1955), l’artista trasforma il vincolo della figura in un’immagine
che evoca la meraviglia dell’uomo che contempla le meccaniche
inesplorate dell’universo. Un uomo sospeso nel vuoto, dominato
dal cosmo, tuttavia resistente alle sue frenetiche evoluzioni, stravolto
da visioni di cui non conosce il senso, eppure un uomo che non si
dà per vinto, esplora lo spazio lunare quasi per attraversarlo
con il suo ritmo tagliente.
Per Cappello gli estremi si toccano sempre, dagli occhi puntati verso
le cosmogonie si passa a quelli immersi nel flusso dei “pesci
abissali” (1959), una delle invenzioni più articolate
di questo periodo, sia per le variazioni da un minimo ad un massimo
di tensione percettiva, sia per il calibrato contrasto di segni che
fanno parte della sua grammatica creativa. Rispetto alla quale, in
una successiva opera come “Eclissi” (1960), si accentua
il peso grafico degli elementi ritmici, sorretti da pure modulazioni
geometriche e da una diversa scelta di materiali, in questo caso ferro
cromato su plexiglass.
La funzione innovativa delle materie è già sull’orizzonte
di quella successiva svolta a cui – come si diceva all’inizio
– Apollonio dà maggior peso, a tal proposito cita opere
come “Virgola nera” o “Involuzione del cerchio”
che certamente possono essere considerate punto di partenza per una
nuova fase.
Da un acciaio di matrice futurista come le “Fughe ritmiche di
luce nello spazio” (1960) si passa all’uso del bronzo
non più materico, ma liscio e compatto, in un’opera piuttosto
insolita come “Paraoscillanti” (1961), sospesa su una
molla che dilata il suo avvolgimento verso l’alto.
Ma non è solo questione di esperimenti che si sovrappongono
alle metodologie già collaudate, la visione esprime a questo
punto maggiore fermezza e rigore costruttivo, di conseguenza il ferro
e l’ottone anodizzati, l’acciaio spazzolato, il bronzo
lucidato o cromato, diventano protagonisti di un dialogo più
serrato tra ritmo e volume. Se dal punto di vista strutturale il valore
di questa nuova visione si collega ai fermenti spaziali degli anni
precedenti, sul piano della definizione formale si determinano flessioni
e angolazioni più nette e precise, si impone dunque un chiara
mutazione.
Le espansioni plastiche della superficie non esprimono più
umori materici ma sono stabilizzate, unicamente mosse dai riflessi
della luce ambientale, con incidenze atmosferiche giocate su naturali
e inevitabili effetti chiaroscurali. L’uso del nero serve a
limitare queste cangianze, quasi per ricondurre gli effetti luminosi
ad un grado zero del colore, ma è chiaro che nulla può
essere completamente eliminato di quel complesso fenomeno che è
la luce, sia quando cresce nella terza dimensione, sia quando è
talmente schiacciata da sembrare piatta.
I “Voli” del 1960 sono un lirico oscillare da un punto
all’altro, le curve alate traversano l’aria con i loro
profili taglienti, si muovono come ombre stagliate nel bianco, fantasmi
inquieti nella totalità cosmica della parete.
“Ritmi di volume”, (1961) è un altro esempio di
forte impatto spaziale per via della sovrapposizione di elementi che
si intersecano in un unico organismo dinamico. C’è ancora
il senso dell’acrobazia, del volo che sfida le leggi di gravità,
ma si avverte anche la spinta a controllare le tensioni contrapposte
attraverso meccanismi d’equilibrio che esprimono un “dominio
immaginativo e umano”, secondo la definizione di Enrico Crispolti
(1980).
Del resto, umana è l’immaginazione se non viene unicamente
sottomessa al mito delle tecniche, Cappello non subisce la fuga in
avanti delle novità tecnologiche, usa i materiali industriali
per trasmettere i movimenti della luce, per potenziare la tensione
dei volumi, per mettere la scultura al centro di una totalità
spaziale illimitata. In questa sua naturale aspirazione non tralascia
di ricondurre ogni scelta alla visione interiore, anche nei momenti
di più calcolata strutturazione della forma la sua scultura
è lirica, luogo di magie riflesse nei turbamenti della luce.
Quando i progetti sembrano già prefigurare i risultati dell’opera
non prevale mai una definizione puramente ottica della forma plastica,
questo emerge anche nella fase intuitiva dei disegni che sono appunti
per generare altri segni, tracce per inventare altri sogni della scultura.
Tanto più che Cappello non esclude mai dal suo orizzonte di
pensiero le conseguenze impreviste che interferiscono con la logica
funzionale delle forme, il dialogo con le dinamiche imponderabili
dello spazio è evidente soprattutto quando l’opera sta
in rapporto all’architettura e al paesaggio.
In questi contesti urbani e naturali la scultura vive in pieno la
sua vocazione pubblica, la sua tormentata attualità di linguaggio
che compete con l’ambiente affermando la sua funzione simbolica
e il suo ruolo immaginativo. In questa prospettiva Cappello è
sempre stato in grado di far sentire la tensione dinamica dello spazio
come metafora di un mondo che ha bisogno di ritrovare l’emozione
della luce che sorprende lo sguardo con traiettorie sfuggenti.
Senza la forza imprevedibile della fantasia contro i predominio della
razionalità non sarebbe stato possibile il suo straordinario
viaggio nell’infinito senza limite, verso quella libertà
ritmica capace di rivelare il destino della scultura come assoluto
desiderio di espansione cosmica. |
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